Il teatro è da sempre la nostra vita ma è complesso riuscire a resistere
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Maison Godot è un angolo fantastico impregnato di colori, atmosfere e immagini che si eleva dentro un palazzo anonimo di una trafficata strada di Ragusa.
Premere un pulsante accato a un'etichetta condominiale permette l'accesso a quel mondo del Gioco ovvero del Divertimento ovvero del Teatro. È questo l'acronimo di Godot dietro il quale regna da quasi trent'anni una coppia indissolubile.
Come due vestali riparano quell'angolo, unite nella vita e nell'arte prodotta e consumata nel teatro ricavato in un'ampia stanza dove si rappresentano le commedie e le tragedie, riflessi del vivere. Federica Bisegna (attrice,curatrice dei testi e costumista) e Vittorio Bonaccorso (attore, regista e scenografo) ci accolgono da veri anfitrioni in un ampio spazio dove ci sorprendono le pareti dell'ingresso che magnificano, con centinaia di foto, locandine, con inviti a grand soirèe, le stagioni estive e invernali della compagnia: ora interpretate nell'ampio scalone del castello di Donnafugata, ora nei teatri più o meno capienti sparsi nei comuni della provincia.
Una compagnia che negli anni si è fatta famiglia dove sono cresciuti attori, registi, musicisti e compositori, scenografi e fonici. Una "cantera" d'arte giusto per indicare una via per le vocazioni e le passioni da offrire poi al pubblico sempre numeroso e fedele.
Il cartellone della ventunesima edizione, 2026/27 di "Palchi Diversi" segna i trent'anni di attività di Godot, portati con entusiasmo sul groppone di quella coppia inossidabile che ha fatto muro alle prove del tempo e alle difficoltà che una realtà di un territorio come il nostro deve affrontare. Un mondo culturale complicato, a volte appiattito, che si vorrebbe far passare per arte.
La coppia e la famiglia di Godot sono abituate a navigare controcorrente; quasi sempre senza il paracadute di contributi istituzionali o importanti sposorizzazioni di privati per sostenere il progetto teatrale. Tutto viene alimentato dalle risorse del pubblico: un rischio che il coraggio dell'azzardo, con gli strumenti dell'arte della rappresentazione, sa sempre ripagare.
Come si intersecano e si sviluppano le strade della vita e dell'arte di questi due artisti? Lo chiediamo a Bonaccorso.
«Si intersecano per caso. Ci siamo conosciuti cominciando a fare teatro, poco meno di quarant'anni da, intraprendendo un percorso di laboratori teatrali. Non è stata subito coppia. Man mano la strada privata si è intrecciata con quella lavorativa. Tutto quello che abbiamo fatto è venuto in corso d'opera. Oggi non sappiamo dove finisce la nostra vita privata e dove inizia quella teatrale».
«Il lavoro teatrale fattto insieme - commenta Federica Bisegna - è stato talmente intenso che ha spazzato via tutto quello che c'era ntorno nelle nostre vite e ci ha legato anche privatamente».
Le problematiche della vita privata quanto incidomo su quelle professionali?
«Siamo confusi - ammette Federica - perché gli stati d'animo di intrecciano tra loro. A casa a volte confondiamo il discorrere della nostra quotidianità con le battute dei personaggi, ovvero le coppie teatrali messe in scena».
« Con noi è successo - interviene Vittorio - che ci identifichiamo nei personaggi e nelle coppie teatrali di tutte le età che abbiamo messo in scena. Io e Federica siamo due persone all'opposto. SIamo, però, unanimi negli obiettivi da perseguire. All'interno di questo percorso si originano gli scontri. La linea guida rimane l'obiettivo. Come dire: quando la vita è teatro».
Rimane da chiedersi allora qual è la vostra mission?
«Ho cominciato a fare teatro - commenta Vittorio - per caso perché erano altre le mie aspirazioni; lo scultore e non ho potuto farlo per tanti motivi. Quando ho incontrato il teatro, ho cercato di mettere tutto quello che per me era il senso dell'arte. Poi ho incontrato la recitazione e quasto mi ha dato motivazioni in più».
«Poi è diventato regista per necessità - aggiunge Federica - tutto quello che facciamo è per necessità nel senso che noi amiamo il teatro, poi ho iniziato a fare i costumi, poi abbiamo cominciato a insegnare ai ragazzi a fare teatro. Tutto nasce dalla necessità. Valuto che il vero artista sia questo vivere l'arte nel modo giusto. Operare per neccessità e non per diventare ricco e famoso. La nsotra mission allora è trasmettere passione, amore autentico per quest'arte, non qualcosa che le assomigli. Abbiamo rappresentato e offerto al pubblico i più importanti autori teatrali di ogni tempo».
Da trent'anni sulla scene è nelle condizioni di fornire un termometro per misurare lo stato del teatro in provincia di Ragusa?
«Volendo rispondere con un politically correct lo stato è ottimo - dichiara Federica - perché noi abbiamo dato il la a tante cose che obiettivamente trent'anni fa non c'erano: prima rassegna di teatro professionale, abbiamo inaugurato il teatro Donnafugata, ad Ibla nel 2005, con artisti famosi e poi Villa Criscione con "La Lupa" nel 1999. Abbiamo dato il via al laboratorio per i bambini e poi ad altre rassegne e altri laboratori. Oggi c'è fermento, curiosità, si fanno eventi, alcuni super sostenuti, super promossi dalle istituzioni e quelli nostri no. Viviamo questo paradosso. Siamo nel territorio da trent'anni, abbiamo fatto da pionieri e non abbiamo avuto questa capacità di riconoscenza dalle istituzioni pubbliche. Se usciamo invece dal politicamente corretto, dovrei dire che potrebbe essere tanto fumo e poco arrosto? C'è tanta approssimazione, confusione. Questa purtroppo è una realtà complessiva e non solo ragusana. Il compimento più bello che ci hanno fatto è quello di una signora: "Voi siete una delle poche realtà che hanno un successo reale maggiore rispetto al virtuale. Basta assistere alle vostre rappresentazioni venendo al teatro per convincersene". Deduco che in generale mancano le basi e un'identità culturale forte. A Ragusa ancora aprettiamo il teatro comunale e quando ci sarà, sappiamo come andrà a finire: nomi noti, specchietto per le allodole, raccomandati. La compagnia Godot avrà il suo riconoscemento con un grande spazio? No. Lo affermo con certezza».
"Palchi Diversi", tanto per citare il claim dei vostri cartelloni, nasconde forse una provocazione?
«Sì - risponde Vittorio - mi ha dato sempre l'idea di qualcosa di precario e ho avuto ragione. Non ultima l'immagine del manifesto dell'edizione di quest'anno, che è una casa inclinata trattenuta da un albero. Mi dà un senso di instabilità. Questo perché noi cominciamo sempre da zero. Abbiamo voluto scommettere fin dall'inizio sul territorio. Tanti hanno costruito delle cose qui perché non potevano fare altro in altri posti. Noi potevamo essere scritturati, fare le tournée e invece abbiamo scommeso qui. Oggi molti ritornano e il mercato si satura con tutte le conseguenze di cui abbiamo parlato. Se fai teatro per avere solo soldi, c'è poca roba. Se ti poni un percorso, le cose hanno un senso diverso».
Cala il sipario tra smaglianti colori di abiti di scena appesi. Racontano silenti la storia del teatro, specchio della vita.
MARCO SAMMITO
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