I giganti della montagna



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“Nessun artista può sentirsi appagato solo dall’arte.

C’è il naturale desiderio di rendere nota la propria maestria.”

(Agatha Christie)

Affrontare Pirandello vuol dire addentrarsi in un ammasso globulare “sferico” gigantesco, che non “ruota” ma oscilla dall’esterno verso l’interno e viceversa. Se ruotasse col tempo diventerebbe piatto, come sono quasi tutte le galassie: sarebbe più a portata di “telescopio”. Pirandello, anche se pone al centro quasi sempre lo stesso “buco nero” che trangugia tutto quello che gli sta intorno, riesce ad espandersi ed a contrarsi per rinnovarsi continuamente. Quando ci pare di aver tracciato la sua “orbita”, ecco che ce lo ritroviamo “anni luce” lontano da noi e, al tempo stesso, vicinissimo, in una sorta di “wormhole” del pensiero. Con il suo rigoroso e puntiglioso scandaglio riesce a toccare ogni corda dell’animo umano interrogando le nostre più remote paure o incertezze sul senso del nostro stare al mondo, nella continua ricerca dell’identità (tema ricorrente) tra verità e follia, facce opposte della stessa medaglia. Di questo immenso autore (del quale abbiamo affrontato diverse opere e realizzato proprio qui una Pirandelliana, scegliendo tra le scene più belle dalle sue opere più famose e che ha visto la partecipazione di Massimo Venturiello) vi proponiamo, stavolta, quello che è considerato il suo testamento, cioè la sua ultima opera, rimasta incompiuta perché l’autore morì prima di poter mettere la parola fine: cioè I GIGANTI DELLA MONTAGNA. In quest’opera è evidente il rivolgere lo sguardo a Shakespeare da parte di Pirandello. Il suo teatro, che si può definire “non teatro” – giacché troppo vicino al reale – qui diventa onirico se è vero che: “siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”. E proprio come Shakespeare, Pirandello, più si legge e più ci lascia degli interrogativi; o meglio, dalle risposte fa nascere continue e sempre più complesse domande, così come deve fare ogni grande artista che si rispetti. Un filo rosso unisce le due nostre nuove produzioni e cioè L’avaro a I giganti della montagna: nel primo c’è una critica all’attaccamento alle cose terrene, al denaro, sbeffeggiato dalla comicità tagliente di Molière; nel secondo questa critica al materialismo a discapito della poesia, assume caratteri più filosofici e più profondi, fino a simboleggiare nel finale la morte dell’arte e, soprattutto, la metafora del potere che non riconosce il valore dell’arte, del teatro, della poesia. Noi ci accostiamo a tale vastità mutuando una frase dall’Enrico IV dello stesso Pirandello, e cioè: “…come un mendico davanti ad una porta in cui non potrà mai entrare: chi vi entra, non sarete mai voi, col vostro mondo dentro, come lo vedete e lo toccate; ma uno ignoto a voi, come quell’altro nel suo mondo impenetrabile vi vede e vi tocca…”.

Vittorio Bonaccorso