MEDEA di Euripide



documentazione stampabile


“Il carattere della donna, senza eccezione, si muove su due poli, che sono l’amore e la vendetta.”
(Lope de Vega)

Anche questo è uno spettacolo che ha riscosso molto successo durante la stagione estiva 2016. Federica Bisegna interpreta Medea, figura dalla sovrumana potenza, irrazionale ed appassionata, presente o assente è lei che invade la scena. E dove più forte appare il suo potere, più irriducibile e funesto il suo rancore, più divina la sua vendetta. La Compagnia G.o.D.o.T. propone questo viaggio di uno dei capolavori di più forte impatto del teatro classico greco. Per un'attrice interpretare figure complesse e controverse come Lady Macbeth (che la Bisegna ha già incontrato nel suo racconto del Macbeth di Shakespeare) o Medea, la madre scellerata che uccide i figli per vendetta contro il marito, è cercare un punto d’incontro, un equilibrio tra la passione viscerale, molto umana, che appartiene a ogni donna e la ferocia, la lucida follia, la grandezza del mito che quasi fa paura e che appartiene alla dimensione del non umano. Medea è una donna che solo apparentemente è distante per le azioni contro natura che commette e che, invece, è sempre tristemente attuale. Scendere a patti con personaggi così terribili significa scandagliare tutti i possibili risvolti della loro anima, una sfida non indifferente per un’attrice. Infatti l’interpretazione parte dalla loro, seppur compromessa, umanità per esaltare ciò che di infernale ed ambiguo può esservi in tale natura. Una dualità che diventa ciclopica soprattutto perché donne: capaci come gli uomini di togliere la vita ma con la prerogativa, divina, di poterla generare. Ma quello che ci fa veramente paura è la volontà di Medea (così come in Lady Macbeth) nel dare seguito a quel giuramento con se stessa: ... “e poiché devono morire, li ucciderò; io che li ho messi al mondo. Tutto è deciso, ormai.”. Una paura mitigata solo dalla discendenza divina di Medea, quasi una consolazione che Euripide ci da per sopportare un atto tanto crudele quanto lucidamente premeditato.

Vittorio Bonaccorso

La Leggenda racconta che Pelia, fratellastro di Esone re di Iolco, si impadronì del potere usurpando i diritti dell’erede legittimo, Giasone figlio di Esone. E quando Giasone volle rivendicare tali diritti, Pelia lo mandò a conquistare il Vello d’oro, sperando che perdesse la vita nella rischiosa impresa. Giasone si imbarcò sulla nave Argo per raggiungere la Colchide dove il re Eta custodiva il Vello, sotto la sorveglianza di un drago. Giasone uccise il drago e s’impadronì del Vello d’oro con l’aiuto di Medea, figlia di Eta, nipote della Maga Circe esperta di veleni e di magie. Medea è travolta d’amore per Giasone e per poter fuggire insieme all’uomo amato non esita ad uccidere il fratello Absirto e una volta giunta a Iolco elimina il re Pelia istigando al delitto con un inganno le sue stesse figlie. Poi i due amanti si rifugiano a Corinto dove regna Creonte. Hanno due figli ma Giasone, sentendosi emarginato e desideroso di riacquistare prestigio e potere, decide di ripudiare la straniera Medea per unirsi in matrimonio con Glauce, l’unica figlia di Creonte. La vendetta di Medea sarà terribile.